Secondo episodio della serie Desiderio & Lavoro. Dopo aver visto come il lavoro spegne il desiderio, oggi affrontiamo il rovescio della medaglia: cosa succede quando il desiderio, invece, nasce proprio in ufficio.
Due nomi, due poltrone saltate
Nel novembre 2019 Steve Easterbrook, amministratore delegato di McDonald's, viene licenziato. Il motivo non è un crollo di fatturato — anzi, il titolo era in salute — ma una relazione consensuale con una dipendente, giudicata in violazione delle policy aziendali. Quattro anni dopo, nel settembre 2023, la storia si ripete ai vertici di BP: l'AD Bernard Looney si dimette per non aver dichiarato completamente alcune relazioni passate con colleghi. Due colossi, due carriere ai massimi livelli interrotte non da un errore strategico, ma da una questione di cuore (e di trasparenza).
Questi casi non sono eccezioni folkloristiche: sono la punta di un fenomeno enorme e quotidiano. Perché l'ufficio, che ci piaccia o no, resta uno dei luoghi in cui più spesso nascono le relazioni.
Perché il desiderio ama l'ufficio
La psicologia lo spiega bene. Passiamo sul lavoro la maggior parte delle ore di veglia, spesso con persone selezionate, competenti e con interessi simili ai nostri. A questo si aggiunge il cosiddetto "effetto della semplice esposizione": più vediamo qualcuno, più tendiamo a trovarlo attraente. Ci mettiamo poi la complicità di obiettivi condivisi, l'adrenalina delle scadenze, la vulnerabilità dei momenti di stress — ed ecco un terreno biologicamente perfetto per l'attrazione.
Non sorprende che indagini condotte in diversi Paesi rilevino costantemente che una quota molto rilevante di lavoratori dichiara di aver avuto almeno una relazione o un flirt sul posto di lavoro. Il desiderio, insomma, timbra il cartellino più spesso di quanto le aziende amino ammettere.
Tra cuore, potere e compliance
Il problema, come mostrano i casi Easterbrook e Looney, raramente è la relazione in sé. È il rapporto tra potere e trasparenza. Quando c'è uno squilibrio gerarchico, entrano in gioco temi delicati di consenso e conflitto di interessi; e nell'epoca post-#MeToo le aziende hanno risposto blindando le policy: obbligo di dichiarazione, divieti tra manager e riporti diretti, in alcuni casi i cosiddetti "love contract". Non moralismo, ma gestione del rischio.
Resta però una tensione di fondo, molto umana: non si può chiedere alle persone di spegnere il desiderio dalle 9 alle 18. Lo si può incanalare, regolamentare, rendere trasparente — ma non cancellare.
Portare il desiderio dove ha spazio
C'è una lezione pratica dietro a tutto questo. L'ufficio accende, ma è anche il posto più sbagliato dove agire d'impulso. La vera abilità — professionale e personale — è riconoscere quell'energia e riportarla nel contesto giusto: la vita privata, la coppia, lo spazio intimo dove il desiderio non è un rischio ma una risorsa.
È lì che tenerlo vivo diventa una scelta consapevole. Introdurre novità e gioco nella coppia — con i sex toys per esplorare e ritrovare complicità (per iniziare in due, ecco la nostra guida ai sex toys di coppia), o con i popper per lasciarsi andare e amplificare le sensazioni — è un modo per dare a quell'energia una destinazione sana, lontana dalle complicazioni della vita d'ufficio.
La prossima settimana
Nel terzo episodio scendiamo nella biochimica: come lo stress da lavoro, attraverso il cortisolo, agisce concretamente sul desiderio — e cosa dice davvero la scienza sul recupero.
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